Sono dunque abito lo spazio / I exist, therefore I inhabit the space - T.O.E. Art Market
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“Sono dunque abito lo spazio / I exist, therefore I inhabit the space” curata da Francesca Calzà
Sono dunque abito lo spazio / I exist, therefore I inhabit the space
Abitare un luogo, uno spazio, o un tempo, vuol dire impossessarsene? 
La collezione intende indagare la dimensione abitativa oltrepassando i limiti delle mura domestiche per intraprendere un viaggio sull’identità. Termine, spesso frammentato, che trova radici in un luogo e un corpo, oggetti di interessi materiali e immateriali profondamente legati al concetto di appartenenza. Appartenere significa essere parte, partecipare. La dimensione corporea appare quindi essenziale in questa analisi, basti pensare alla performance, arte che si base sull’occupazione momentanea di uno spazio reso partecipe, insieme a spettatori e performer, di un evento «effimero». Nel movimento del corpo, riveliamo il nostro rapporto con l'ambiente, lo spazio occupato e/o abitato è luogo di fragilità e incertezze, dove risiedono presente e passato inspiegabilmente uniti attraverso gesti, oggetti, consuetudini e ricordi. La casa può essere vista come un gioco di chiari e scuri, aperture e chiusure, custodia e prigione all’unisono. Le pareti sussurrano storie di risa, pianto, crescita, morte e vita. Esistono tante tipologie di mura ed ognuna di esse racchiude molteplici livelli di significato, costituendo un insieme che, come ci insegna la Gestalt, è più della somma delle singole parti. 
Quando legami e radici vengono messi in discussione, a favore di non-luoghi connotati da sostanziale uniformità, risulta quasi rivoluzionario indagare l’abitare. Soggetti di interni e dettagli domestici tornano ad affascinare le arti, così come paesaggi e abitazioni, per non dimenticare un conflitto tra origine e abbandono eternamente attuale, a cui è impossibile non dare voce. Abitare uno spazio, una casa, la propria casa, riflette l’abitare se stessi. Arredi e oggetti domestici, sono complici silenziosi della nostra esistenza, assumono la valenza di indizi e tracce. Nella serie "Silent furniture" di Roberta Cavallari mobili ed elementi di arredo conquistano lo spazio sostituendosi all’uomo come presenze vitali sopravvissute al tempo, capaci di narrare e trasmettere memorie anche in assenza della figura umana. Colori, forme, materiali e funzioni sono gli elementi di costruzione di un nuovo linguaggio privo di frasi o parole. Accumuliamo e conserviamo tracce indelebili di stati d’animo e momenti vissuti, resti materiali che nella "Visione su Relitti di Pittura" di Gaia Ranuzzi sono portatori di valori legati a un periodo di tempo specifico, ricordi, modi di agire e pensare, oltre che metafora di una costante insoddisfazione. L’opera si presenta come una calotta convessa costruita in filo di ferro su cui sono cuciti frammenti di pittura realizzati su diversi tipologie di supporti raccolti nello studio dell’artista durante gli anni trascorsi in Accademia, periodo durante il quale rivolgeva la sua attenzione esclusivamente alla pittura su carta. La stessa poetica legata a ciò che rimane è riscontrabile in "Dieci inverni" di Luca Granato, dove i segni di una memoria storica e intima, usurano la stoffa, consumata da dieci inverni trascorsi in silenzio . Appare simile l’atmosfera emanata dall’opera "Tisch" di Mario Madiai, la stampa raffigura una natura morta, un semplice e ripetuto esercizio di disegno, eppure pochi fiori caduti al suolo su uno sfondo scuro, quasi in penombra, incupiscono l’ambiente svelando una leggera angoscia nascosta da un interno comune e apparentemente rassicurante. Tre soli cavalletti abitano il dipinto "Untitled" di Lena Shaposhnikova, ciò nondimeno in quegli oggetti di lavoro si nasconde l’artista, la quale come pittrice non può che riempire lo spazio con i propri strumenti di lavoro. Seppur riferiti ad contesto radicalmente differente, sono sempre gli utensili a descrivere gli esseri umani nelle opere di Daniele Cabri, in loro sono racchiusi luoghi e stili di vita in via di estinzione. Questi collage, composti da molteplici pezzi di pelle cuciti insieme e lavorati a fuoco, sono la più cruda e carnale espressione dei soggetti raffigurati e del loro modo di abitare il territorio. I confini tracciati degli edifici sono spesso impercettibili, tuttavia determinano un punto di raccordo tra la dimensione esterna ed interna, affascinando l’osservatore e invitandolo a sbirciare oltre i fori delle tapparelle, oltre ai giochi d’ombre creati dagli infissi delle case. Da questa curiosità nascono gli scatti di Anna Linda Knoll che punta la fotocamera verso le finestre di condomini e strutture residenziale, dietro alle quali risiedono molteplici storie. Racconti di cui a volte è possibile scorgere qualche dettaglio, come una bandiera che sporge dal terrazzo, simbolo di appartenenza ad un preciso contesto socio-politico, in questo caso la Croazia. Gli stessi limiti acquistando un significato opposto nell’opera di Geo, dove la pittura materica e l’inteso chiaro scuro creano griglie che contengono celle abitative simili a piccole prigioni. Tutti questi artisti sono accomunati da una ricerca, quella sull’abitare nelle sue varie accezioni, che non finirà mai di fornire nuove interpretazioni e significati per via della sua natura intrinsecamente legata all’esistenze umana.

Does inhabiting a place, a space, or a time mean taking possession of it? 
The collection aims to investigate the living dimension by going beyond the limits of domestic walls to deal with the concept of identity. A fragmented word that finds its roots in a place and a body that are objects of material and immaterial interest deeply linked to the idea of belonging. To belong means to be part of something: to participate. Therefore the body dimension appears essential in this analysis, starting from the performance, an art based on the momentary occupation of a space in order to create an ephemeral event made by spectators and performers. In the movement of the body, we reveal our relationship with the environment, the space occupied and inhabited is a place of fragility and uncertainty, where present and past are inexplicably unite through gestures, objects, customs and memories. The house can be seen as a mixture of light and dark, openings and closures, custody and prison at the same time. The walls whisper stories of laughter, weeping, growth, death and life. There are many types of walls and each of them contains multiple levels of meaning, forming a picture that, as the psychology of the Gestalt teaches us, is more than the sum of its individual parts. When ties and roots are questioned and non-places characterised by a substantial uniformity are spreading, it seems revolutionary to investigate the living dimension. Subjects of interiors and domestic details return to fascinate the arts, as well as landscapes and dwellings, so as not to forget a conflict between origin and abandonment that is eternally present, a fight to which it is impossible not to give voice. Inhabiting a space, a house, reflects inhabiting oneself. Furniture and domestic objects, are silent partners of our existence, they are clues and traces. In Roberta Cavallari's "Silent furniture" series, furniture and furnishing elements conquer the space, replacing us as vital presences that are capable of narrating and transmitting memories even in the absence of the human figure. Colours, shapes, materials and functions are the essential elements of a new language built without sentences or words. We accumulate and conserve indelible traces of moments and experiences, material remains that in Gaia Ranuzzi's "Vision on Painting Wrecks" are bearers of values linked to specific memories, ways of acting and thinking, as well as a metaphor for constant dissatisfaction. The work takes the form of a convex cap made of iron on which are stitched fragments of painting made on different types of paper and collected in the artist's studio during her years at the Academy, a period in which she turned her attention exclusively to painting on paper. The same poetics linked to what remains can be found in "Dieci inverni" by Luca Granato, where the signs of a historical and intimate memory consume the fabric, worn out by ten winters. The atmosphere in Mario Madiai's work "Tisch" seems similar. The print depicts a still life, a simple and repeated drawing exercise, but a few fallen flowers on the ground reveal an anguish hidden by a common and seemingly reassuring interior. Only three easels inhabit Lena Shaposhnikova's painting "Untitled", these working objects hides the artist, who as a painter fill the space with her own working tools. Although they refer to a radically different context, in Daniele Cabbri's works are always the tools that describe human beings; they contain places and lifestyles. These collages, composed of multiple pieces of leather sewn together and fire-worked, are the rawest and the most carnal expression of the subjects depicted and their way of inhabiting the space. The limits of the buildings are often imperceptible, but they determine a point of connection between the external and internal existence this contact point fascinate the observer and inviting him to peek beyond the holes in the shutters, beyond the play of shadows created by the windows. It is from this type of curiosity that Anna Linda Knoll's photos are born. She points her camera at the windows of apartment blocks and residential structures, behind which reside multiple stories. Stories of which it possible to glimpse some detail, such as a flag emerging from the terrace, a symbol of belonging to a precise socio-political context, in this case Croatia. The same limits take on an opposite meaning in Geo's work, where the material painting and the strong chiaroscuro create grids that contain living cells similar to small prisons. All these artists are united by a research which aims to explore the living dimension in its various meanings, that are always able to provide new interpretations because of their nature intrinsically linked to human existence.
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Le opere della collezione