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“S P A E S A M E N T I” curata da Francesca Canfora
S  P A  E  S  A  M  E  N  T  I
Con questa collezione vorrei offrire uno sguardo inedito relativamente al tema del paesaggio, rispetto a come viene normalmente inteso e immaginato. Ho cercato infatti di dare spazio ad artisti che esprimono punti di vista differenti, molto soggettivi e personali, basati più sulla percezione e sull’interpretazione che sulla restituzione precisa e fedele della realtà. In quasi la totalità delle opere ci si trova di fronte all’estrapolazione di luoghi, dettagli e pattern privi di riconoscibilità immediata o punti di riferimento, conducendo lo spettatore verso una dimensione sconosciuta, surreale e immaginaria. Il titolo “Spaesamenti” è ispirato al periodo di incertezza e straniamento che ognuno di noi ha recentemente vissuto e di fronte al quale ci si è trovati a dir poco spaesati. Una sensazione amplificata anche dall’alterazione del paesaggio quotidiano, causata dal lockdown, in cui per fare un esempio eclatante le città sono apparse letteralmente desertificate, offrendo un’immagine inedita e inaspettata. Elementi ricorrenti e comune denominatore della selezione sono l’atemporalità e la sospensione: l’elemento umano non è contemplato oppure risulta una presenza ridotta al minimo e solitaria. Anche l’architettura è vista come un monumento isolato, disperso rispetto a panorami vasti e fagocitanti, oppure al contrario ne vengono evidenziati elementi che ne consentono solo una lettura parziale, lasciando mille interrogativi aperti a chi osserva. La selezione si è orientata di proposito verso l’alveo dell’arte emergente e mid-career, con l’intenzione precisa di offrire una panoramica su nuove proposte e differenti modi di interpretare uno dei generi più antichi e trattati nella Storia dell’Arte. Alcuni artisti come Rita Krithara, Emanuele Messina e Fabio Adani offrono visioni di paesaggi evanescenti e indefiniti, che sembrano appartenere a un ignoto e generico “altrove”, mentre la smaterializzazione del contesto diventa palese nell’esaltazione delle peculiari caratteristiche geomorfiche di determinati luoghi, trait d’union delle opere di Patrizia Posillipo, Andreas Hürlimann e Nicola Bertellotti. In Tomas Berra, Goran Dragas ed Henry Hu il cosiddetto paesaggio costruito e antropizzato si riduce invece all’essenziale, come unica presenza atta a testimoniare l’invisibile presenza umana. Per quanto riguarda la tecnica utilizzata trovo particolarmente interessante la pittura non tanto descrittiva o didascalica ma più sintetica ed evocativa. Nella selezione proposta ho incluso infatti opere in cui la natura, come gli elementi architettonici, vengono suggeriti in modo essenziale da campiture di colore e tratti incerti, quasi come se appartenessero a una dimensione onirica. In qualche caso la sintesi è così estrema da sfociare addirittura nell’astrazione, e il paesaggio si trasforma in puro concetto e idea, come nella scultura di Kouzo Takeuchi – che rappresenta metaforicamente delle rovine contemporanee di un paesaggio urbano – o nei dipinti di Liviu Bulea e Lena Shaposhnikova, rispettivamente materici o con velati richiami all’arte informale. Anche le opere fotografiche scelte si inseriscono indubbiamente in questo filone, distaccandosi dal mero dato reale per offrire nuovi modelli di interpretazione. In un solo scatto Debora Garritani suggerisce tutto un racconto e l’immagine si propone come un frame tratto da una pellicola cinematografica: l’atmosfera da sogno prende corpo grazie a una figura solitaria, immersa in un canneto notturno. La fanciulla, probabilmente sonnambula, reca con sé una macchina da cucire e sembra assistere a una misteriosa apparizione aliena. Axel Straschnoy utilizza invece una particolare tecnica di ripresa a 360° mentre Martin Gut ribalta sottosopra le foto di Lucerna, immortalata durante il lockdown, per rendere ancora più straniante il senso di surrealtà suggerito dall’insolita visione della sua città disabitata. Il disorientamento e la perdita di riferimenti certi diventano definitivamente tangibili nel morbido Paesaggio molle di Stefano Ronci come negli aulici elementi architettonici, suggeriti dalla sovrapposizione di reti metalliche, di Giorgio Tentolini, opere in cui la tecnica di rappresentazione utilizzata è di natura più sperimentale. Meritevole di una citazione è sicuramente anche il video di Clarissa Baldassarri con il suo “Volevo andare al mare e l’ho fatto” realizzato a marzo 2020, in piena esplosione della pandemia. Il contesto urbano viene restituito tramite il filtro digitale di Google Street View, nell’ambito di un cammino abituale che parte dall’abitazione dell’artista fino al Lungomare di Mergellina. «Nella passeggiata si compie la simulazione dello sguardo reale e, come avverrebbe in tempi normali, l’artista zumma, mette a fuoco, si lascia catturare dai dettagli del contesto, (…) anche se Il percorso non è quello di un corpo nello spazio, bensì è lo spazio stesso che si muove virtualmente verso il corpo nella sua condizione di immobilità imposta e apparentemente inaggirabile» La conclusione di questo viaggio immaginario, attraverso svariati esempi di luoghi e territori che sembrano visioni e finestre aperte su altri mondi paralleli, è data invece da una rappresentazione perfetta e precisa, tanto verosimile quanto paradossale, di un’isola che non c’è. Il video Future Island di Matthias Gubler restituisce in modo credibile ciò che non è reperibile su nessuna mappa terrestre o marittima esistente. Le isole immaginarie di Gubler sono state create mettendo insieme innumerevoli sezioni costiere reali, documentate per mezzo di fotografie di droni: eterne e immuni dal futuro innalzamento del livello del mare in virtù della loro non-esistenza, si propongono semplicemente come nuovi e ideali “luoghi di fuga” da contemplare, per chi prova la necessità di evadere – anche solo per la durata di un istante – dalla realtà quotidiana.

With this collection, I would like to offer a new look at the landscape theme, compared to how it is normally understood and imagined. I have tried to give space to artists who express different points of view, subjective and personal, based more on perception and interpretation than on a precise and faithful rendering of reality. In almost all the works, we are faced with the extrapolation of places, details, and patterns without immediate recognisability or points of reference, leading the viewer towards an unknown, surreal and imaginary dimension. The title "Spaesamenti" is inspired by the period of uncertainty and estrangement that each of us has recently experienced and in front of which we have found ourselves, to say the least, disoriented. A sensation also amplified by the alteration of the daily landscape caused by the lockdown. To give a striking example, the cities have literally appeared deserted, offering an unprecedented and unexpected image. Recurring elements and the common denominator of the selection are timelessness and suspension: the human element is not contemplated or is a minimal and solitary presence. Even architecture is seen as an isolated monument, dispersed about vast and engulfing panoramas, or on the contrary, elements are highlighted that allow only a partial reading, leaving a thousand questions open to the observer. The selection is deliberately oriented towards emerging and mid-career artists, with the precise intention of offering an overview of new proposals and different ways of interpreting one of the oldest and most treated genres in art history. Some artists such as Rita Krithara, Emanuele Messina, and Fabio Adani offer visions of evanescent and undefined landscapes that seem to belong to an unknown and generic "elsewhere", while the dematerialization of the context becomes evident in the exaltation of the peculiar geomorphic characteristics of specific places, a trait union in the works of Patrizia Posillipo, Andreas Hürlimann and Nicola Bertellotti. In Tomas Berra, Goran Dragas, and Henry Hu, the so-called built and artificial landscape is instead reduced to the essential, as the only presence capable of bearing witness to the invisible human presence. With regard to the technique used, I find particularly interesting the painting, which is not so much descriptive or didactic but more synthetic and evocative. In the proposed selection, I have included works in which nature, like architectural elements, are suggested in an essential way by fields of colour and uncertain strokes, almost as if they belonged to a dreamlike dimension. In some cases, the synthesis is so extreme that it even borders on abstraction. The landscape is transformed into a pure concept and idea, as in the sculpture by Kouzo Takeuchi - which metaphorically represents the contemporary ruins of an urban landscape - or in the paintings by Liviu Bulea and Lena Shaposhnikova, respectively material and with veiled references to informal art. The selected photographic works are also undoubtedly part of this trend, moving away from mere reality to offer new models of interpretation. In a single shot, Debora Garritani suggests a whole story, and the image is like a frame taken from a film: the dreamlike atmosphere takes shape thanks to a solitary figure immersed in a nocturnal reed bed. The girl, probably sleepwalking, is carrying a sewing machine and seems to be witnessing a mysterious alien apparition. Axel Straschnoy, on the other hand, uses a particular 360° shooting technique. At the same time, Martin Gut turns the photos of Lucerne, immortalized during the lockdown, upside down to make sense of surreality suggested by the unusual vision of his uninhabited city even more alienating. Disorientation and the loss of specific references become definitively tangible in Stefano Ronci's soft landscape and in Giorgio Tentolini's stately architectural elements, suggested by the superimposition of metal nets, works in which the representation technique used is more experimental.
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Le opere della collezione